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Ragione ed emozione. Collegare due estremi con una metafora cromatica.

 

Ma che colore è?
Anche l’occhio vuole la sua parte, è così che si dice ed è così che si fa.
Nella bibbia Bezalel riceve le indicazioni per costruire a regola d’arte un’arca con dorature e dettagli, i mandala buddisti contengono l’essenza del mondo con atomi di colore, ogni atto di rappresentazione pubblica chiede una messa in scena costruita con cura e con sentimento e passione. Questo vale per tutti i riti, che siano religiosi, civili e sportivi non c’è diversità, già Atene pretendeva la bellezza e quindi l’esposizione e la visibilità del meglio possibile, del perfetto umano. Ogni cultura, ogni antropologia, ogni manifestazione esteriore chiede da sempre di essere rappresentata.

Non c’è nessuna espressione del sentimento umano di valorizzazione di un momento della vita che non preveda una dimensione estetica in cui la comunicazione passa attraverso la cura dei dettagli, con questa la sua messa in opera. Grande o piccola che sia, una piramide o un segno tribale sul corpo. Ma un colore può bastare per valorizzare un’identità? Può essere il significante di un racconto? Provare per credere; ma come?
Fai che farlo è un buon gioco di senso che possiamo usare per raccontare il come.
Cos’è questa frase fatta? È un modo di dire di origine dialettale, un intercalare che sprona, suggerisce di non stare lì in attesa, ovvero datti da fare e non aspettare che le cose accadano da sole. Se poi ciò che stai cercando di fare non capita, quello che hai tentato di fare è lì, poi magari capita che qualcosa succeda più avanti, intanto qualcosa avevi comunque fatto, il seme lo avevi gettato. Dal fai che farlo deriva una buona pratica, quella del progetto, della sperimentazione, della verifica, che chiede continuità tra i passaggi e ritorno su se stessi per rivedere e migliorare man mano ciò che si fa. La pratica di una messa in gioco che mentre fà dis-fà e magari da una cosa ne nasce un’altra, non quella prevista, ma comunque frutto di un percorso e risultante di un processo in cui c’era anche un altro sapere. E poi chi progetta sa che si parte sempre da qualcosa che c’è già, è più semplice procedere per emulazione, ma quando una cosa nuova va fatta spesso si procede per tentativi di interpretazioni e verifiche di varianti, passaggi che vanno progressivamente verificati e man mano validati per fare altri passaggi. Progettare è la capacità di vedere oltre, di gettare lo sguardo avanti, alle volte di provare e provocare cortocircuiti per produrre o tentare di produrre nuove cose, nuove sensazioni, nuove applicazioni. Tutto ciò lo si fa mettendo sotto una nuova luce le cose che si conoscono, spostando il proprio punto di vista.
In questo caso, parlando di colore la tesi era semplice, ma tutta da verificare. È possibile costruire un sistema d’identità fondato solo su un colore? Non per una multinazionale o per un cliente, ma per noi, che di brand ne abbiamo fatto un mestiere. E nel caso che lo si voglia fare, qual è il colore più giusto per noi?

Uno studio di branding, lavora sull’idea di Identità, sui suoi Topoi, sulle condizioni del contesto, e sulla comunicazione e promessa che intende sostenere.
E Carmi e Ubertis cos’è? Su quali valori, attributi, pilastri fonda se stessa?
È maschile o femminile? Evolutiva, innovativa o rivoluzionaria? Ragione o emozione? Arte o tecnica? Carmi e Ubertis ha una metodo, segue un processo, adotta un modello di marca che conduce un percorso sempre spinto border-line, ma sempre concreto, praticabile, realista. Lavora sul paradosso, sul contrasto logico, presuntuosamente si può dire che unisce il profano con il sacro, ma lo fa con umiltà. Come lo fa un panettiere che con le mani in pasta ogni volta genera una forma gustosa e fragrante del cibo che più di tutti ci riconsegna la dimensione di Madre natura e della soddisfazione del bisogno della specie a cui apparteniamo, quello di nutrirsi.
Detto ciò qual è il colore che può tentare questa sintesi tra gli opposti? C’è una possibile metafora cromatica di tutto ciò?

La luce è ciò che noi possiamo vedere della dimensione fisica delle onde elettromagnetiche, è ciò che l’occhio percepisce. La luce viaggia a 300.000 chilometri al secondo, di questa noi percepiamo le lunghezze che vanno da 380 e 770 nanometri. Intorno a noi i corpi fisici ricevono la luce e ne assorbono una parte, tutto ciò che riflettono viene interpretato fisiologicamente dai nostri organi e diventa nel nostro quotidiano ciò che noi chiamiamo colore. È un attributo visibile e visivo che connota le cose; le foglie sono verdi, il fuoco è rosso e la Ferrari è rossa (ma con un cavallino giallo). La teoria dei colori è affascinante, ha a che vedere con l’antropologia, con la chimica, l’araldica, il cibo. In pratica con l’umanità intera. Nel 1671 Newton utilizzò il concetto di spettro, apparizione, per indicare come si allineavano i colori lungo una sequenza ottica che appariva se un raggio di luce attraversava un prisma. Aveva empiricamente evidenziato come la luce bianca comprendesse diverse lunghezze d’onda. Lo spettro visibile ora sappiamo che comprende le onde che vanno dagli infrarossi agli ultravioletti, quindi l‘essenza dei colori che possiamo vedere, ma non tutti.
Nel tempo si sono prodigati molti scienziati, studiosi, filosofi nel cercare le migliori rappresentazioni del colore, si sono creati solidi di vario genere, geometrie e modelli, misurazioni e rappresentazioni che includessero le varianti possibili di saturazione, tono e valore cromatico; per individuare gli infiniti marroni, o rossi, o i tanti grigi che nello spettro non sono visibili. Ma primo tra tutti va considerato Goethe che inserisce un aspetto in contrasto con Newton e fondamentale per tutte le teorie del colore, il valore del buio, del nero come elemento opposto e dialettico alla luce, e come elemento compositivo determinante.

In tutto ciò c’è una cosa che come valore identitario in Carmi e Ubertis ci interessa, ed è l’individuazione proprio di un colore che nello spettro di Newton non c’è. Qualcosa che non fosse già rivelato ma che si dovesse svelare. Uno dei colori che in natura non troviamo, non è nel mondo animale, ma neppure in quello vegetale e nemmeno nel minerale. C’è nella sua espressione teorica, la natura si avvicina ma non lo indossa. Lo si può costruire artificialmente. Ecco il paradosso che ci interessa, noi possiamo creare un colore che possiamo vedere, proiettare, che possiamo nominare, che possiamo rendere visibile, ma non appartiene allo spettro elettromagnetico benché a questo sia strettamente legato. Unisce due estremi, due limiti, un po’ come il sacro e il profano, la ragione e l’emozione. Questo colore si può ottenere percettivamente unendo la testa e la coda dello spettro, gli ultra e gli infra, il punto più luminoso dei rossi con il più luminoso dei blu.
È un rosso estremo con un blu estremo, una luce che non è né maschile né femminile, né calda né fredda, né scura né chiara. È il colore che ci possiamo scegliere e che ci siamo scelti. Ed è un omaggio a Newton che inventò il settimo colore, lo chiamò indaco, ma che nessuno sapeva indicare con chiarezza quale fosse, il nome c’era ma il colore forse non era ciò che Isaac vedeva, ma quello che voleva vedere.

Noi oggi abbiamo il nostro colore ma non sappiamo come chiamarlo, non è un blu cobalto, né un rosso porpora, o un verde pisello. Per noi è solo il colore Carmi e Ubertis. Il minimo comune denominatore di un’identità, utile per renderci visibili, assumere un codice, tracciare la nostra riconoscibilità. Un oggetto ricordabile ma non un marchio, un attributo della Carmi e Ubertis, che fonda simbolicamente la nostra brand.

Pantone Pastel Neon 812C
Rgb 246/82/117
Cmyk 0/75/0/0
HSB 335/63/100

“Non si riflette mai abbastanza sul fatto che, propriamente, un linguaggio è soltanto simbolico e figurato, e che esprime gli oggetti non immediatamente ma solo di riflesso” ( J. W. Goethe- La teoria dei Colori –ilSaggiatore)

Elio Carmi